/Poesie/Ricerche d'autore/ Andrea Gryphius
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storie e poesie


Nei sonetti di Gryphius, luterano di vasta cultura umanistica e scientifica, ci sono tutti i temi della letteratura barocca europea: il dolore e la maledizione dell'essere, la caducità e la vanità di tutte le cose in un mondo dominato dal peccato dall'errore e dal caso. Per l'uomo non c'è salvezza se non in un ordine divino che si intravvede a tratti e si rende manifesto nella forza e nella violenza del lamento. I temi della vanitas vanitatum, dell'esaltazione del rapporto con Dio, dell'identificazione della vera unica luce nella notte della morte, si accendono di nuovi bagliori nei suoi versi, considerati il capolavoro della lirica barocca, anche per l'abilità vertiginosa del gioco delle antitesi nei versi alessandrini, nella terzina, nella quartina.




Tutto è vanità

Ovunque ti volga, vedi nel mondo soltanto vanità!
Quanto uno oggi innalza, l'altro doman discalza:
laddove città sorgono si stenderà un gran prato
su cui un giovane pastore col gregge si diletta.
Quello che oggi è in fiore, presto sarà sciupato;
quello che è forte e fiero, sarà cenere ed ossa.
Nulla dura in eterno, né ferro né granito.
A fortuna che arride seguono tonanti lamenti.
La fama d'alte gesta è un sogno destinato a svanire.
Ed opporsi non deve un fragile mortale alla ruota del tempo.
Ahi, qual è mai la cosa che stimiamo preziosa.
Se non un vuoto nulla, ombre, polvere, vento;
se non un fior di campo che puoi scorgere a stento.
Eppur sull'Eterno nessun sa meditare.




A Eugenia

Perché ti meraviglia, o rosa delle vergini,
questo gioco del tempo, la rosa tra le dita,
che d'ogni rosa è sfida, se d'incanto svanisce?
Questa è la vita, Eugenia, così tutto perisce.
Or ben presto la Morte mieterà questo corpo;
i tuoi occhi, la gola, la fronte, questo seno, questo pegno
d'amore non certo in sabbia pura troverai sepoltura
e chi adesso ti onora con amore avrà di te paura.
Il sospirare è vano! ché non v'è nulla al mondo
che mantenga immutati e sostanza e colore;
fin dal concepimento siam votati al declino.
Cosa c'è di più bello del fiore della rosa?
Eppure quand'è ancora profumata, sfiorisce e discolora;
al pari noi dal nascere andiamo verso il Nulla.

Andreas Gryphius, Notte, lucente notte







IN GUERRA

Noi siamo sempre più, sì, sempre più devastati:
dei popoli sfrontato sciame, il trombon di follia,
la spada sì grassa di sangue e il cannone tonante
tutta la carne, il sudore e la ragione han divorato.
Le torri sono in cenere, la chiesa è rovesciata,
il municipio è nel terrore, i forti son spezzati,
le ragazze son stuprate, e dovunque guardiamo
son solo fuoco peste e morte, vacillan spirito e cuore.
Per la città e la Schanz non scorre che sangue fresco
ed è già da troppo tempo che il nostro fiume fluisce
quasi intasato di cadaveri, solo lentamente scolmati.
E dunque innanzi a ciò taccio, più irato della morte,
più furioso della peste, della rovina e della carestia:
il tesoro della vita a troppi oramai è strappato.

Andreas Gryphius
traduzione di Riccardo Venturi



A se stesso

Orrore ho di me stesso, le membra mi tremano,
Quando le labbra e il naso e le cavità degli occhi,
Che ciechi sono per le veglie, l’aria pesante del respiro,
Contemplo, e le ciglia già morte degli occhi.

La lingua nera per l’arsura cade insieme alle parole,
E balbetto non so che cosa; l’anima stanca invoca
Il Gran Consolatore, la carne odora di sepolcro,
I medici mi abbandonano, i dolori fanno ritorno.

Il corpo non è più che vene, pelle e ossa.
Stare seduti è la mia morte, coricati – la mia pena.
Le anche stesse hanno bisogno ormai di chi le sorregga!

Che cos’è l’alta gloria, e la giovinezza e gli onori e l’arte?
Quando arriva l’ora: ogni cosa si fa nebbia e fumo.
E un bisogno ucciderà noi con piena premeditazione.



Solitudine

In questa solitudine di deserti più che brulli,
disteso sull’erba selvatica del lago muscoso:
la valle rimiro e l’altezza di queste rocce,
ove soltanto gufi nidificano e muti uccelli.

Lontano dal palazzo, lontano dai piaceri del volgo,
considero come l’uomo trapassa in vanità,
come le nostre speranze poggino su un fondamento instabile,
come prima di sera si disdegna chi prima di giorno ci salutò.

L’inferno, lo scabro bosco, il teschio, la pietra
che il tempo corrode, le ossa consunte,
mille pensieri generano nell’animo.

L’antico terrore dei Mauri, questa terra incolta
È bella e fertile per me che ho riconosciuto
Come tutto vacilli senza lo Spirito che Dio regge.



Lacrime della patria

Siamo del tutto rovinati, anzi più che rovinati!
L’orda dei popoli superbi, il delirio delle trombe,
La spada unta di sangue, le tuonanti quartane
han distrutto il sudore e il lavoro e le riserve.

Le torri in fiamme, la chiesa messa a soqquadro,
il municipio in macerie, i valorosi fatti a pezzi,
le vergini oltraggiate, e ovunque ci volgiamo
fuoco, peste e morte stringono il cuore e lo spirito.

Qui per la trincea e la città scorre ognora sangue fresco.
Tre volte sono già sei anni che la corrente dei fiumi
pei cadaveri quasi ostruita lentamente rifluisce.

E però tacqui di quel che ancora è peggio della morte,
più orrendo della peste e dell’incendio della carestia:
che tanti anche del tesoro dell’anima vennero depredati.



Sera

Il breve giorno se n’è andato. La notte sventola il suo vessillo
E suscita le stelle. A gruppi uomini stanchi
Lasciano i campi e l’opera. Dove animali erano e uccelli
Ora piange la solitudine. Com’è stato sprecato il tempo.

Il porto si accosta sempre più ai passeggeri della barca.
Così come è tramontata la luce, in pochi anni
Io, tu, e tutto ciò che possediamo, che pensiamo, sparirà.

Altissimo Dio, non mi lasciare scivolare nel campo di corse!
Non mi lasciare traviare dal dolore, dal fasto, dal piacere, dalla paura!
Il tuo splendore eterno mi stia innanzi e accanto!

Quando il corpo stanco si addormenta, l’anima ridesta,
E quando l’ultimo giorno mi farà sera
Strappami dalla valle della tenebra a te!


Andreas Gryphius

trad. Matteo Neri




Cenni biografici sull'autore

Gryphius (propr. Greif), Andreas nacque a Glogau, Slesia, il 2 ottobre del 1616 dove morì nel 1664; per la poliedricità della sua produzione (fu infatti lirico, epigrammatico, innografo, soprattutto drammaturgo), è l'autore più significativo dell'epoca determinata dalla guerra dei Trent'anni. Centrali nelle sue tragedie sono i temi dell'eroismo e del martirio (Leo Armenius, 1646; Katharina von Georgien, 1647). Nel corso di più generazioni la sua tragedia non trovò seguito: Cardenio und Celinde (1647), per alcuni il suo capolavoro, è il primo, e rimase fino a Lessing, il solo dramma borghese della letteratura tedesca. Scrisse anche commedie e molte liriche, classiche nella struttura e ingegnose nell'uso delle figure retoriche.
Rimasto prestissimo orfano di padre e, poco dopo, anche di madre, riuscì a compiere buoni studî umanistici, da ultimo nel ginnasio di Danzica. Nel 1636 entrò al servizio del conte di Schönborn in qualità di precettore, e trovò in lui un mecenate che, morto nel 1637, gli fornì per volontà testamentaria i mezzi per perfezionare la sua formazione in università straniere. Così, nel 1638, fu prima ad Amsterdam e quindi a Leida, dove poi egli stesso insegnò. Fece ulteriori viaggi in Francia (Parigi) e in Italia (Firenze e Roma), risiedette successivamente a Strasburgo, Stettino e Fraustadt prima di stabilirsi nel 1650, definitivamente, nella natia Glogau quale "sindaco" del locale principato, e si dedicò con impegno all'opera di ricostruzione dopo le tante distruzioni della guerra. 
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