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Magicamente
storie e poesie

Anima, sei già stanca

Anima, sei già stanca
di far questa mia poesia?
o la forza ti manca
per vincere la nostalgia?

Certo mi fai sogghignare
se credi che la tua cantata
non faccia proprio pensare
a nessuna canzone passata...

Pensa nello spasimo orgiastico
al Nil sub sole novi
e credi a me: il rimastico
lento degli umili bovi
è giusto che più giovi
del tuo ruminare fantastico.

Anima - piccolo specchio -
io sono già stanco di tutto;
mi sembra che tutto che tutto
sia vecchio sia vecchio sia vecchio.





Nella tua siepe c'era l'universo


O mia piccola casa di provincia
ove memorie semplici ma care
si ravvivano intorno al focolare
per colui che ritorna e ricomincia

un interrotto sogno di dolcezza;
o mia tepida casa, io ti ritrovo
come una volta in questo aprile novo,
e sempre verde il rosmarino olezza.

Son nidi ancora sotto le tue gronde,
e, nell'orto, i bei ciuffi appena in fiore
della menta e del timo hanno un odore
che all'effluvio dell'anima risponde.

Caro è il murello con le vecchie crepe,
di dove, un giorno, uscivo di soppiatto
a fischiare ai ramarri o stavo quatto
a spiar la tagliola sulla siepe!

Che stupore, che gioia di scoperte
balenavano in te, mia casa, ogni alba!
Ancora sconosciuta era la scialba
nebbia che grava il mondo fatto inerte.

Ma tu sei sempre quella; è in me ch'è morto
il dolce tempo, come son diverso!
Nella tua siepe c'era l'universo,
ed ora non c'è più che un muro e un orto.





LA FALENA

Per la finestra, aperta sull'odorosa terrazza,
entrata è una falena volubile e freddolosa,
che tintinnando il fragile suo corpo alla lampa oleosa
dà di cozzo nel vetro sì forte che sembra pazza.

Vedendola tanto irata perché non può struggere l'ale
alla fiammella rinchiusa, una feroce pietà
di lei mi prende... e il vetro sollevo... pensando se tale
non sia l'anima umana che cerca felicità.

(da Poemi tragici, 1908)






PER VIVERE, SOLTANTO

O Terra, o Madre, fa ch'io più non riesca a pensare
ma ch'io viva soltanto; viva come, d'agosto,
i nidi delle rondini partite verso il mare:
i nidi dove al vento tremano ancora, nascoste,

tenere piume dei nati che per la prima volta
le madri spinsero al volo, alcuni giorni innanzi
la migrazione sul mare. O Madre, ascolta, ascolta:
fa che nell'anima mia tremino, soli, avanzi

di piume che s'impigliarono spiccando il primo volo.
Ma se non vuoi mutarmi in nido, fa che almeno
io sia come quel pazzo che a mezzogiorno, solo,
in mezzo alla strada ardente, dirige con una canna,

dimenando le braccia, l'orchestra delle cicale.
Ch'io dimentichi tutte ma tutte le parole,
ch'io senta i polmoni gonfiarsi del tuo fresco respiro
e ch'io non lo sappia lodare che in un lungo sospiro.

Fa ch'io mi creda un sèrpere di fiume, calmo, argenteo
le notti di luna piena; e il mio fluire lento
non abbia che silenzio, nella murmurea voce.
Fa ch'io sia soddisfatto come al mare una foce.

Ma se mi meditasti, o Terra, con grande fatica,
perch'io ricordi agli umili le fonti della vita
soave che tu ci desti: Madre possente e pudica,
fa di me quel che vuoi, poi ch'è tua la mia vita.

(da Canti delle oasi, 1909)




PARTENZA

Coi suoi colombi candidi, la casa ha preso il volo alla volta del mare.
All'alba, con uno scrollo leggero, ha fatto scricchiolare le sue radici di pietra e le ha liberate pian piano dal tenero della collina.
S'è svincolata a un tratto, tra il frullo dell'ali, dai bei roseti rampicanti lungo i suoi muri celesti, che invano hanno provato a trattenerla, e son ricaduti giù sugli umidi incavi delle fondamenta.
È rimasta solo la siepe verde con gli olmi a cerchio in attesa, e gli alveari che sudano di miele presso l'aiola turchina dei giaggioli, - e un merlo che chioccola un istante sul lapillo finofino del giardino.

(da Orchestrine, 1917)




MATTINATA

Lo senti il sapore dell'aria, stamani!
È un sapore d'erba e d'arancia,
come i giardini di favola
che dormono in balsamo ancora
nella nostra memoria infantile.
Arieggia, il tuo gesto ilare,
l'ombra oscillante del salice;
e all'insaputa fai cenno
alle curve lontane dei monti
che il vento assiepato nasconde d'azzurro.
Ma il tuo dolce brio forse allude
al fiato di neve irreale
che esalano fino quaggiù
i paesi che cela il sole,
nelle lontananze gelate.
Non canta un uccello, e siamo così felici!
Una favilla traluce dal cuor del ciottolo
che il tuo passo scavalca senza distrarsi,
e intanto nell'erba assorta
circola e trema improvviso
il soffio che vi dormiva.
Senti? Questa è la voce
che non l'orecchio intende
ma il trasalire solo del tuo silenzio
dedito al sogno celeste della musica.
Questo è il mattino
color del mio brivido.
Ed io con parole innocenti
vado come palpando
i fuggitivi contatti di questi momenti col cielo:
sono altrettanti saluti d'amore
al bel clima di felicità silenziosa
specchiata nel giro del nostro orizzonte.

(da Arioso, 1921)



Ecco il ritmo frenetico del sangue,
quando gli azzurri tuonano a distesa,
e qualsiasi colore si fa fiamma
nell'urlo delle tempie.
Ecco il cuor mio nella selvaggia ebbrezza
di svincolare in esseri le forme
disincantate a vortice di danza.
Ecco i visi risolti in fiabe d'oro
in lievi organi d'ali.
Ecco gli alberi in forsennate lingue
contorcersi, balzar fra scoppiettii
di verdi fiamme dalla terra urlante.
E fra l'altre manie del mezzogiorno,
ecco me, congelato in stella fissa,
ch'esaspero l'antica aria di piaghe
metalliche, sull'erba di corallo.
(Pulsa il fianco del mare sul granito
come un trotto infinito di cavallo).
(da Terrestrità del sole, 1927)




La terra sogna l'ultime farfalle
prima di risvegliarsi autunnalmente
dai veli del suo sonno trasparente
ammassati nel cavo della valle.
Volano, insieme con le foglie gialle,
sui prati, ove l'erbette macilente
s'estenuano in un soffio ond'ella sente
crescere, in ombra, funghi, muschi e galle.

Battono l'ali pavide, al riparo
delle fratte, palpandovi di fuga
fiori non più, ma qualche sterpo amaro.

Umida luce ombreggia di viola
la terra in dormiveglia, che si ruga
già del risveglio che nell'aria vola.

(da Vincere il drago!, 1928)




Simili a melodie rapprese in mondo,
quand'erano sull'orlo di sfatarsi
nei superni silenzi, ardono pace
nel mezzogiorno torrido le ondate
ferme dei pini, sul brillio turchino
del mare che smiracola d'argento.
E ancora dalle masse di smeraldo
divampa un concepirsi incandescenze;
ma un pensiero di su le incenerisce
in quella pausa d'essere ch'è cielo:
azzurreggiar di tenebra, che intima
(dal massiccio dell'alpe all'orizzonte)
ai duri tronchi ergersi alati incensi
a un dio sonoro, addormentato, in forma
d'un paese celeste sulla terra.
(da Simili a melodie rapprese in mondo, 1929)




L'anima, che trasvola dal mio corpo
dentro il sonno abissale d'ogni notte,
riflette in sé le costellazioni
massime; e immaginando, entro la sfera
della sua breve nuvola, il superno
giro dei dodici astri eterni, specchia
in sé l'ordine identico dei mondi.
Quando poi, sull'aurora, torna mia
la veglia di quell'anima celeste,
porto nel ritmo ciclico del sangue
dodici forze d'oro per la vita,
dodici gruppi di potenti suoni,
benché taciuti in organi di terra.
(da Zolla ritorna cosmo, 1930)





Mestizia d'un arcangelo è il tuo volto
generato dal casco dei capelli
che nei tuoi sguardi amplifica l'ascolto
del mare in salmodie d'astri gemelli.
La chiusa ansia del seno, ove è raccolto
il tuo voler ricevere i novelli
spiriti del mio sangue, insù rivolto,
freme d'ardore nei tuoi fianchi snelli.

Ma il molleggiante ritmo dei tuoi lievi
piedi, ove siamo entrambi un cielo solo,
àlia da terra angelici sollievi.

O creatura emersa dal mio petto,
tu sveli in me l'altro inattinto polo
del voler mio, che in te si fa perfetto.

(da Suoni del Gral, 1932)




Il gruppo dei tuoi boccoli, che il vento
sviluppa di sollievi musicali
sulla fronte infantile, suona argento
di voci, nei miei sogni prenatali.
Con l'onda che al mio petto ansa in accento
di fanciullezza eterna, ecco trasali
fra l'impeto dei giuochi in movimento,
e mi sfiori con gli occhi pieni d'ali.

Si stende il prato color giorno, e sembra
vivo tappeto d'oro sulla terra
oscura, che vi occulta le sue membra.

Tu sorgi come un fiato dalla zolla
profonda che il tuo calice disserra:
farfalla in fiore, o volo di corolla.

(da Aprirsi fiore, 1935)

ARTURO ONOFRI





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Cenni biografici di ARTURO ONOFRI
Nacque a Roma il 15 settembre 1885 da padre romano, Vincenzo, e da madre di origine polacca, Beatrice Shreider. Nel 1907 iniziò la sua attività poetica con il volume Liriche cui seguirono le raccolte Poemi tragici (1908) e Canti delle oasi (1909). In queste prime prove poetiche sono facilmente riconoscibili i modelli letterari dannunziani, pascoliani e crepuscolari, ma già si rivela la tensione verso il trascendente ricercato nello slancio di liberazione dell'anima dalla realtà terrena o nella fusione panica con l'universo.
Tra il 1910 e il 1917 collaborò con poesie, articoli critici e prose liriche alle maggiori riviste del tempo come "La Nuova Antologia", "La Diana", "Il Popolo romano", "La Voce" dove apparvero i suoi saggi critici sul Pascoli. Nel gennaio del 1912 fondò con Umberto Fracchia la rivista "Lirica" il cui programma rivendicava la completa libertà dell'artista nella scelta dei mezzi espressivi. Nello stesso anno pubblicò il racconto Disamore, mentre nel 1913 riunì poesie vecchie e nuove nel volume Liriche, considerando conclusa una fase significativa della sua produzione poetica. Inaugurò un nuovo corso poetico nel volume Orchestrine, edito nel 1917, che presenta una serie di "frammenti", brevi prose liriche in grado di registrare in modo immediato le sensazioni provate dall'artista di fronte alla realtà umana e naturale. Nello stesso anno conobbe l'antroposofia di Rudolf Steiner alla quale in seguito aderì, ricavandone motivo d'ispirazione per le sue successive opere poetiche. Con Arioso del 1921 celebrò la serenità famigliare raggiunta dopo il matrimonio con Bice Sinibaldi e la nascita dei figli Fabrizio e Giorgio. Nel 1924 pubblicò la raccolta di prose liriche scandite in versetti, Le trombe d'argento e il volume Riccardo Wagner, Tristano e Isotta. Guida attraverso il poema e la musica.
Nel volume teorico Nuovo Rinascimento come arte dell'io (1925) elaborò una concezione dell'arte e della poesia, in parte derivata dall'antroposofia, come immagine dello Spirito che unisce tutti gli esseri del cosmo. Per attuare la nuova poesia iniziò a comporre il ciclo lirico della Terrestrità del sole, i cui primi due volumi Terrestrità del sole e Vincere il drago! furono pubblicati rispettivamente nel 1927 e nel 1928, mentre uscirono postumi Simili a melodie rapprese in mondo (1929), Zolla ritorna cosmo (1930), Suoni del Gral (1932) e Aprirsi fiore (1935). Morì a Roma il 25 dicembre 1928.

Fonte: filidaquilone.it


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