/Poesie/Ricerche d'autore/ Pierre Reverdy
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Magicamente
storie e poesie







SUONO DI CAMPANA


Tutto si è spento
Il vento passa cantando
E gli alberi rabbrividiscono
Gli animali sono morti
Non c’è più nessuno
Guarda
Le stelle hanno smesso di brillare
La terra non gira più
Una testa si è inclinata
I capelli ramazzano la notte
L’ultimo campanile rimasto in piedi
Suona la mezzanotte.






LA PARTE AZZURRA DEL CIELO


Le panchine sono come strette
Dalle dorate catene del muro
Son prigioniere dei giardini dove
Si cela il sole
Accanto alla foresta vergine
Accanto alla prateria immobile
Al ponte che ruota fino al perpendicolo
Nell'esatto angolo retto
La scatola di nuvole si rompe
E tutti insieme bianchi uccelli s'alzano
Verde tappeto, più che l'acqua verde
E più dolce dell'erba, e più amaro
Alla bocca, e più diletto all'occhio
Gli alberi si bagnano in ginocchio
Serena è l'aria, e carica di sonno
Cade la luce
Perde il giorno i suoi petali
Più su, di colpo è l'improvvisa notte
Sguardi accorti, ammiccare delle stelle
Segni
Al di sopra dei tetti.






COLUI CHE ATTENDE


E davvero l'autunno che ritorna
e si inizia a cantare
Ma nessuno
ci tiene
più di me
io sarò l'ultimo
Ma non è così triste
come avevano detto
questa stagione pallida
Un po' più di malinconia
Per darvi ragione

Il fumo interroga
Sarà lui oppure tu
a tesserne l'elogio
prima che arrivi il freddo
E aspetto
L'ultima luce
che sale nella notte
Ma la terra discende
E non tutto è finito
Un'ala la sostiene
Per tutto questo tempo
In fin dei conti io verrò con te
A chiudere la porta
Se tira troppo vento.






CARNE VIVA


Tirati su carcassa e cammina
Niente di nuovo sotto il sole giallo
L'ultimo degli ultimi luigi d'oro
La luce che si stacca
Sotto le pellicole del tempo
La serratura del cuore che scoppia
Un filo di seta
Un filo di piombo
Un filo di sangue
Dopo queste ondate si silenzio
Questi segni d'amore dal crine nero
Il cielo più levigato del tuo occhio
Il collo torto d'orgoglio
La mia vita dietro le quinte
Da cui vedo ondeggiare le messi della morte
Tutte queste mani avide che plasmano gomitoli di fumo
Più pesanti dei pilastri dell'universo
Teste vuote
Cuori nudi
Mani profumate
Tentacoli di scimmie che prendono di mira le nuvole
Nelle rughe di queste smorfie
Una linea dritta si tende
Un nervo si torce
Il mare sazio
L'amore
L'amaro sorriso della morte




BELL'OCCIDENTE


Tra il dorso del libro e i fogli del vento
S'apre l'antro limpido
Ove ribolle la schiuma
Quando le rocce serrano i denti
Sulla lingua di sabbia
i ranghi di bianchi fiocchi si abbattono
Sguardi falsi fuggono lungo la nave
e fino all'orizzonte
E cessa ogni altro movimento
Là come altrove si regge la volta della stella d'oro
Senza l'aiuto di colonne o di catene
Ma i giorni sono un po' più lunghi
Irradiati di blu come il sangue delle vene
Più lontano si prende un'altra direzione ancora
Ma sempre gli stessi ritornano
Verso la singolare collina
Dove il sentiero serpeggia salendo
Fino alla roccia sanguinante su cui la luce perisce
Nei mattatoi del ponente




I MOVIMENTI ALL'ORIZZONTE


I cavalieri restano sulla strada e di profilo.
Non sappiamo più quale sia il loro numero. Contro la notte che arresta il cammino, tra il fiume e il ponte una sorgente che piange — un albero che vi segue. Se si guardasse la folla che passa, essa non vi vedrebbe. E' una vera armata in marcia o forse un sogno — il fondo di un quadro su una nuvola. Il bambino piange o dorme. Egli osserva o sogna. Il cielo è ingombro di tutte questa armate (eserciti). La terra trema. I cavalli scivolano lungo l'acqua. E anche il corteo scivola in quest'acqua che cancella tutti questi colori, tutte queste lacrime.





IL SAPORE DEL REALE


Camminava su di un piede senza sapere dove posare l'altro. All'angolo della strada il vento spazzava la polvere e la sua bocca avida ingoiava tutto lo spazio.
Si mise a correre sperando di volar via da un momento all'altro, ma sul bordo del ruscello il selciato era umido e le sue braccia che battevano l'aria non l'hanno potuto trattanere. Nella caduta capì ch'egli era più pesante del suo sogno e amò, poi, il peso che l'aveva fatto cadere.



Le poesie sono cristalli che sedimentano dopo l'effervescente contatto dello spirito con la realtà.


Pierre Reverdy

Le traduzioni sono di: Franco Cavallo (Suono di Campana), Luigi De Nardis (La parte azzurra del cielo), Valerio Magrelli Colui che attende, Carne viva).



Cenni biografici


Reverdy, Pierre. - Poeta francese (Narbona 1899 - Solesmes 1960). Legato al cubismo e al dadaismo, fu uno dei precursori del surrealismo. Tra le sue opere, tese alla ricerca mistica di una verità assoluta: Poèmes en proses (1915), Épaves du ciel (1924). Nel 1926 si ritirò nell'abbazia di Solesmes, dove scrisse, tra l'altro, Vita e opere. Giunto a Parigi nel 1910 dopo aver compiuto gli studi in provincia, si legò con i gruppi d'avanguardia, fu amico di P. Picasso, G. Severini, G. Apollinaire, M. Jacob, F. Léger, G. Braque; pubblicò quindi le sue prime poesie nelle riviste moderniste Sic e Nord-Sud, e le sue prime raccolte: Poèmes en proses (1915); La lucarne ovale (1916); Les ardoises du toit (1918); La guitare endormie (1919); Étoiles peintes e Coeur de chêne (1921), approfondendo e affinando la sua poetica, sempre più tesa a privilegiare la verità poetica sulla realtà, a ridurre, in un linguaggio semplice, rigoroso, geometrico, il divario fra sentimento ed espressione, fra visione e rappresentazione dell'immagine (egli stesso definì "plastica" la sua poesia).
Evidenti i suoi rapporti col cubismo, col dadaismo, e quindi col surrealismo, di cui fu uno dei precursori e animatori: collaborò alla rivista Littérature (1919-24), fu amico di Breton, di Aragon, di Soupault, e pubblicò in quello stesso periodo altre raccolte che suscitarono entusiasmo fra i surrealisti: Écumes de la mer (1925); Grande nature (1925); La peau de l'homme (1926). Nel 1926 si staccò da ogni movimento letterario e dalla vita di Parigi: si ritirò nell'abbazia di Solesmes, nella meditazione e nella preghiera Le gant de crin (1927; trad. it. 1993), continuando tuttavia la sua inchiesta poetica e religiosa (La balle au bond, 1928; Sources du vent, 1929; Flaques de verre, 1929; Ferraille, 1937,
ecc.). Raccolse tutte le sue poesie in Plupart du temps. Poèmes 1915-1922 (1945; trad. it. 1966) e Main-d'oeuvre. Poèmes 1913-1949 (1949). Notevoli i suoi ricordi e aforismi: Le livre de mon bord (1948) e En vrac (1956).

Fonte: Enciclopedie on line
 
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