/Poesie/Ricerche d'autore/ Carmen Boullosa
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Magicamente
storie e poesie





Identità

Mi voglio sedere a ridere di lei,
ora che posso,
ora che non vengono a cercarmi prepotenti,
a chiedermi, ad esempio, un sorriso, per piacere,
o senza per piacere,
l’abbraccio, il come è andata, ti vedo
bene.
Io non c’entro nulla con lei
e se sono anni che ne inseguo il nome
non è (andiamo, ne sono sicura!)
quello che voi urlate in questo momento
per dirmi di venire a cena.



La gigante


A passi lunghi si muove la gigante.
Calpesta forte, fa rimbombare le pareti.

Dovrebbe piegarsi per passare dalle porte
lo sa,
dovrei piegarmi per stare sotto il tetto:

La notte mi ha reso sconfinata



La strega


Tutti sanno che scompaio,
tranne te.
Dormo con te e cerco ogni notte di non togliermi le gambe e
non uscire dal letto
la verità è che scompaio,
ma con te
(lasciami crederci!)
sono come una perla generata dalla mia triste
anima grinzosa





Sangue

Se è la luna che governa le maree,
quale strano astro comanda il sangue dei nostri due corpi diversi?

È un astro che i tuoi occhi non potrebbero vedere, neanche i miei,
vive nascosto dalla luna e dal sole.
La sua materia crudele gioca con i segni delle sue particelle
senza paura di mettersi in pericolo, di scoppiare, o cambiare forma,
ridiventare minime parti,
asteroidi in orbite diverse
o polvere,
sparsa polvere pellegrina.
Un astro assurdo.
È a causa sua che il mio sangue tende verso il tuo.
Se esso non prova nessuna inclinazione verso di me,
allora sarà che sei tu a condurre quello mio, che sei tu la
mia luna.
Tu quello che comanda la mia tendenza.
Attraverso le tue vene che non scoppiano circola questo
sordo sensato, il tuo sangue calcareo.






Lupa sazia

La mia professione è la carne.
Con ciò dico le gambe, le cosce, le ginocchia, i talloni, tutte le parti
dei corpi dico, e anche la carne dico…

Quando la luce della luna tocca il mio corpo, la professione d’amore
della carne diviene la mia necessità.
Non posso dirle di no. È questione di vita o di morte.

E quando amo un corpo
lo divoro, pezzo per pezzo: con le dita faccio scorre il suo sangue
lungo le mie braccia, lo faccio a pezzi, lo mastico, con i miei
denti lo macino, attraverso la mia gola lo faccio passare per
godere anche dentro, nelle mie trippe, le sue deliziose viscere…





Acqua


Quei due
lontani, quei due separati vanno verso l'acqua guidati dalla loro sete.
Questa è acqua scompigliata.
Le sue molecole specchio portano il peso dei corpi allontanati,
l'occhio caldo del filo che tronca,
acqua spezzata nella sua costituzione.
Acqua rotta, mozzata.
Acqua che finge il piacere liquido che non ha.
Acqua ipocrita.
Acqua esplosiva, trattenuta dalla pura parvenza.
Acqua dove si abbeverano il nero cane insensibile e loro due, i disgiunti.
Acqua che brucerebbe andando di traverso nelle gole di altri innocenti.
Acqua stagnante che scorre, che si sposta
come un blocco di furia,
è Notte, inghiotte luce, è acqua divorante,
ha tanta fame come può avere un quattordicenne.
Vuole mangiare unicamente il vuoto.
È furia da coltello.
Acqua maledetta, dannata,
ispida truffa.
Lui, dove si trova?

La tempesta cade ai suoi piedi per cullarlo.
Lei, la seconda di quei due, è resa fertile dal riso idiota della iena,
sopra il suo tavolo si librano gli uccelli da preda, vogliono essere i suoi
consorti.
I due si dispongono a bere.
L'acqua cui ricorrono è muraglia.
In essa le navi vanno a picco,
sopra di essa l'uragano si accanisce,
il gabbiano è cibo,
l'usignolo esca,
il frumento polvere di vaniglia che soffoca,
l'onda è la pietra della fionda.
Quest'acqua è cecità.
Riscalda la bocca che agogna il bacio.
Quest'acqua beve, si sazia con la separazione,
mastica lo spazio senza abbraccio,
deglutisce la pelle senza pelle, si abbuffa con la distanza tra quei due.
È acqua bevitrice ed è lì per confondere la rottura, la lontananza.
Se i gatti si abbeverassero alla sua fonte, canterebbero
e chioccerebbero con la luce dell'alba.
Se fossero cammelli, azzarderebbero le proprie forme nella selva.
Se fossero castori, si adagerebbero sulle poltrone.
Se fossero uccelli, pianterebbero il becco nel lago, il collo, il corpo, le zampe,
comincerebbero a battere le pinne come i pesci.
Boccheggerebbero simulando vita nel cammino verso la morte...




Bevanda

Bevo l’oscurità del miscredente
dal calice della tua bocca. Prendo per osso
l’amplesso, che ha del nudo e ha del morto,
e la parlata, che è ornamento vivente, boccolo
verità, maschera, belletto, ignudo.
Dall’abbraccio ricevo lo strappo. Sogno
del tuo occhio l’affezione per me, poi
la consolazione e l’amore. Tremo. Dubito.
Voglio bere, prendere, ricevere. Dammi,
colpisci su di me con la tua spada, apri, feriscimi,
irrora ciò che nessun liquido può lavare!
Segnami, strappami con la lama della tua sciabola.
Togli uccidendo ciò che con viltà teme
la timorosa del mio nome. Ti dico, dammi!



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I cani
mi giurano
abbaiando
che devo stare in allarme.
Ma gli allarmi
sanno
abbandonarsi al delirio?
Che i cani si tengano i loro consigli.

È meglio perdersi
che vivere
equanime
e secondo il buonsenso.

Carmen Boullosa
da Allucinata e Selvaggia,
antologia dal 1989-2004,
Lietocolle, 2008,
traduzione a cura di Martha Canfield




Biografia e commenti


Carmen Boullosa nasce a città del Messico il 4 settembre del 1954, vive e lavora a N.Y. Le sue prime raccolte poetiche sono del 1978: El hilo olvida e La memoria vacía. L'anno successivo esce Ingobernable nella prestigiosa collana "Cuadernos de poesía" dell'Università Autonoma del Messico (UNAM).

Nella poesia di Carmen Boullosa, la donna che ama è una donna-lupa, che sa divorare e annientare. Non si riguarda ad usare il suo terribile potere, di cui è perfettamente consapevole: lei attira come la morte. Tuttavia l'amore, quando arriva, la rende docile, diventa una lupa non più selvaggia ma«addomesticata». Se la sua natura – da lupa solitaria – è contraria a quella della donna convenzionale, la volontà dell'uomo amato la soggioga, la stravolge, la trasforma in quello che prima si rifiutava di essere, innanzi tutto la casalinga solerte.

Tutti questi personaggi femminili emergono da una contestazione di base, da un'incomprensione della storia e da una personale insoddisfazione.
Sembra che Carmen Boullosa voglia sottolineare in qualche modo le salde radici che la collegano a una tradizione di coscienza eversiva femminile plurigenerazionale. Tuttavia, al di là di affinità e di comunione spirituale di partenza, il suo linguaggio si crea e poi si evolve con una cifra molto personale, senz'altro inconfondibile, caratterizzata dall'amore per la novità, per i cambiamenti improvvisi e per la sorpresa, così come dalla duttilità sintattica, il gusto del paradosso, l'aggressività metaforica.

La poesia di Carmen Boullosa sconvolge per la sua crudezza, per la spietata logica dello slancio profetico. Ma paradossalmente risveglia il meglio di noi, quello che forse siamo stati, che forse non saremo più, ma che chissà...
Uno dei tratti tipici della poetica della Boullosa è l’oscillazione tra sogno e realtà: una sorta di dormiveglia o di delirio in cui è immersa la coscienza, ove i piani soggettivo e oggettivo s’intersecano e si deformano a vicenda. Più spesso si espandono e si gonfiano, dando origine a una percezione travisata, oltre la dimensione della propria fisicità, verso la metamorfosi totale, che lo stile insegue gonfiandosi di carne e di sangue, in una sensualità che tutto avvolge e condiziona. Assistiamo a uno sprofondamento nel proprio mondo interiore, che sempre conserva nella Boullosa connotati suggestivi e onirici, alla ricerca della percezione ancestrale, verso il grado zero della corporeità, quando ogni opzione era ancora possibile e tutto sembrava immerso e indistinto nel medesimo liquido amniotico. Si potrebbe parlare, in realtà, come molti critici hanno rilevato, di una sorta di sgretolamento dell’io, capace di coesistere in momenti e ambiti diversi, il quale solo attraverso la poesia esorcizza la sua disintegrazione e la sua probabile morte. Attraverso la memoria il connotato sensoriale emerge dai cunicoli profondi in cui è rintanato, ma non nella sua specificità bensì in quella dell’occhio osservante e dell’emozione che lo ha percepito. Poesia intima, ma non intimista, perché fatta di oggetti, esseri con i loro visceri, fluidi e funzioni, che intersecano la pagina facendosi metafora preziosa e singolare. Scrive Antonella Ciabatti a proposito di La delirios (L’allucinata): una raccolta caratterizzata da un linguaggio poetico forte, in cui le suggestioni verbali che possono arrivare, come nel titolo, a costruzioni improprie , si trasformano in emozioni, impressioni capaci di creare un’atmosfera inquieta, aggressiva e persino violenta. I suoi soggetti narranti sono metamorfici e sconfinano spesso oltre il proprio sesso, e oltre la propria specie.


Martha Canfield, la traduttrice è docente di lingua e letteratura ispanoamericana alla facoltà di lettere e filosofia di Firenze. È presidente del centro studi Jorge Eielson, co-fondatrice e memmbro del premio internazionaledi poesia “Pier Paolo Pasolini” e membro dell’Academia de Letras dell’Uruguay.
Letto volte.

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