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Da quando sono venuta ad abitare in provincia di Pavia, oltre alla storia di questa bella città, mi piace studiare la storia della pianura Padana e quindi del fiume Po.



Sulle acque del grande fiume è passata la Storia. Ma sulle sue sponde si sono svolte anche molte vicende che, tramandate di generazione in generazione, si sono trasformate in miti e leggende. E se spesso il tempo è sufficiente a creare racconti fantastici, la nebbia e i paesaggi della pianura hanno sicuramente contribuito a dar vita a personaggi che appartengono più alla fantasia che alla realtà.



Il fiume Po, lungo ben 652 km con un bacino di 71.000 km quadrati, nasce in Piemonte, a Crissolo, in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, la vetta più alta delle Alpi Cozie, precisamente in località Pian del Re; inizia da lì il suo lungo corso fino all’ampio delta nella regione storica del Polesine, sul confine tra Veneto (provincia di Rovigo) ed Emilia Romagna (provincia di Ferrara), dividendosi in 5 rami principali e centinaia di altri corsi d’acqua minori, per poi sfociare nel Mare Adriatico, presso Porto Tolle.



Secondo recenti studi il Grande fiume deve il suo nome ad un vocabolo orientale, forse cinese, che avrebbe il significato di “palude”, anche se la sua origine si è sempre considerata derivata da “Padus”, in riferimento ai numerosi alberi di pino che costeggiano le rive del fiume (“Pades” indica la resina prodotta da alcuni esemplari di pini selvatici presenti in abbondanza proprio vicino alle sorgenti del Padus). E’ certo che da Padus deriva il termine “padano” e da quest’ultimo il nome della pianura padana che si estende ai lati del fiume Po. Conosciuto come Eridano ai tempi della Grecia antica, indicando così il fiume mitico situato grossolanamente a sud della Scandinavia, formatosi dolo l’ultima glaciazione europea, il Po, nella lingua dei liguri, è invece conosciuto come “Bodincus” (privo di fondo) e a sostegno di tale argomentazione si cita Mounteu da Po, una città presso la quale si trova il sito archeologico di Industria, dall’antico nome di Bodincomagus.



Va poi ricordato che il territorio lombardo tra Bergamasca meridionale e nord del territorio cremonese era in passato il bacino di una vasta area acquitrinosa, conosciuta col nome di lago Gerundo. 



La storia del Po è ricca di piene e alluvioni. La prima degna di nota risale al 108 a.C. ed il suo ricordo è rimesso alla descrizione di Cluverio Filippo; mentre nel 1150, si è verificata l’alluvione di Ficarolo, in seguito alla quale il fiume modificò il suo corso. Facendo un grosso passo avanti nella storia, indimenticabile la piena del 1951, che provocò 88 vittime e migliaia di persone che persero tutto. La piena culminò nell’alluvione del Polesine; la piena dei nostri nonni, il metro di paragone di tutte quelle successive. In seguito, citiamo la piena del 94’ che colpì la zona occidentale del bacino del Grande fiume: in soli 3 giorni, nell’alessandrino, nel torinese, nel cuneese e nell’artigiano cadde più pioggia di quella caduta in un arco di tempo doppio nel 1951; sino alla piena del 2000, ultima in ordine cronologico ma prima per intensità.



Il notevole innalzamento del livello del fiume, con la conseguente pressione di alcuni metri d’acqua sulle pareti dell’argine, provocano un flusso delle acque faldifere superficiali contrario a quello naturale, che riesce ad infilarsi in falde costituite da ghiaia o sabbie che affiorano sul territorio, potendo provocare un fenomeno che non va affatto sottovalutato, chiamato “fontanazzo”, pericoloso soprattutto quando si verifica in prossimità dell’argine. Il suo affioramento genera uno zampillo d’acqua torbida, più o meno imponente, che trascina con sé la sabbia della falda, depositandola sui terreni circostanti. Si tratta dell’acqua di piena che, trascinando con sé la sabbia della falda, allaga il canale sotterraneo in cui scorre, fino a far crollare l’argine sovrastante, inondando conseguentemente la pianura.



Il termine “fontanazzo” è usato in Italia settentrionale per indicare genericamente delle sorgenti o delle risorgive; mentre in idrologia indica, più esattamente, una sorgente che si forma per infiltrazione d’acqua sul lato esterno di un argine durante la piena di un fiume; in particolare nel caso in cui l’alveo del fiume si trova in posizione rilevata rispetto alla pianura alluvionale circostante. Favorendo la rapida erosione del terreno costituente l’argine stesso; i fontanazzi mettono a rischio la stabilità degli argini lungo i corsi d’acqua e sono combattuti, di solito, con la posa di sacchi di sabbia attorno al foro, formando una piccola coronella. Tra le cause più frequenti della formazione del fenomeno troviamo l’attività di scavo di alcuni animali (nutria, volpe, tasso) che costruiscono le loro tane in prossimità dei corsi d’acqua. In particolare la nutria scava profondi cunicoli all’interno dell’argine, che possono attraversarlo per tutta la sua larghezza. Se avvistate una di queste sorgenti, segnatela subito. Intanto, è d’obbligo un ringraziamento ai tantissimi volontari che stanno sorvegliando il nostro Grande fiume in queste ore e probabilmente lo faranno anche nei prossimi giorni.




IL MITO DI FETONTE
Figlio di Apollo e della ninfa Climene, secondo la mitologia greca Fetonte fu allevato senza sapere l’identità di suo padre. Quando finalmente scoprì la verità, il giovane partì alla ricerca di Apollo e, arrivato al suo palazzo, si presentò. Il padre fu entusiasta di conoscerlo e gli promise che avrebbe esaudito il suo più vivo desiderio. Il ragazzo chiese di poter guidare il carro del Sole per un giorno. Apollo cercò di dissuaderlo ma non ci riuscì e così, a malincuore, gli concesse di farlo. Il giovane però non possedeva la forza necessaria per condurre i cavalli alati del padre e perse il controllo, facendo avvicinare troppo l’astro alla terra, che si incendiò. 



Quest’ultima lanciò un urlo di dolore che arrivò fino a Zeus, il quale fermò Fetonte colpendolo con un fulmine. Il ragazzo precipitò senza vita fra le acque del fiume Eridano, il Po. Secondo la leggenda le sue sorelle, accorse sulle rive, piansero così tanto che gli dei, impietositi, le tramutarono in pioppi.




I DRAGHI DEL LAGO GERUNDO
Anche se oggi non ne esiste più alcuna traccia, il territorio lombardo compreso tra la bergamasca meridionale e il nord del territorio cremonese era in passato il bacino di una vasta area acquitrinosa, formata dalle esondazioni dei fiumi Adda, Oglio, Serio, Lambro e Silero. Questa zona era conosciuta con il nome di lago (o mare) Gerundo. Le testimonianze storiche più antiche della sua esistenza risalgono al periodo romano. Le informazioni più significative sono però datate al 1110 d.C. e provengono dal monaco Sabbio, che parla di torri dotate di anelli per l’ormeggio delle barche, le cui rovine sono sopravvissute sino ai nostri giorni.
In quell’epoca ci furono numerose testimonianze su misteriose creature che infestavano le acque, alle quali la tradizione popolare diede il nome di draghi. Generalmente descritti come grandi animali serpentiformi dall’alito pestifero, erano sicuramente considerati ben più di una leggenda dalle popolazioni che abitavano le coste del Gerundo. A quanto si dice, ad esempio, gli abitanti di Calvenzano avrebbero eretto delle mura alte tre metri e lunghe 15 Km per proteggersi dalle sortite del mostro lacustre che si credeva vivesse in quella zona.
La credenza nella reale esistenza di simili creature è testimoniata anche da alcuni interessanti reperti ossei che fanno ancora mostra di sé in diverse chiese, un tempo poste lungo le sponde dell’antico lago Gerundo. Queste ossa furono considerate a lungo i resti dei temibili draghi acquatici dalle popolazioni locali. Dal soffitto dell’abside della chiesa di Almenno S. Salvatore, ad esempio, pende una gigantesca costola di animale della lunghezza di 260 cm, che secondo la tradizione sarebbe appartenuta ad una creatura catturata nei pressi del fiume Brembo. A soli 3 km di distanza in linea d’aria, un altro reperto simile, della lunghezza di 180 cm, é conservato all’interno del santuario Natività della Beata Vergine di Sombreno. Si narra che provenisse da un drago del Gerundo, ucciso da un giovane eroe. La costola attirò l’attenzione del naturalista Enrico Caffi, al quale è dedicato il Museo di storia naturale di Bergamo, che la identificò come appartenente ad un mammuth. Infine nella parrocchia di Pizzighettone, presso la sacrestia della chiesa di S. Bassiano, è custodita un'altra costola lunga 170 cm.
Si narra che gli abitanti di Lodi fossero spaventati dalla presenza di un grande serpente acquatico soprannominato Tarantasio. Pare che, in seguito alle opere di bonifica avviate nel XII secolo, all’inizio del ‘300 fu rinvenuto presso l’Adda il suo scheletro, successivamente custodito nella sua interezza nella chiesa di S. Cristoforo. Col tempo se ne persero le tracce, ma verso il 1800 un medico locale, Gemello Villa, riuscì a riportarne alla luce e ad esaminarne una presunta costola. I suoi studi non forniscono informazioni di particolare interesse, se non in un passaggio in cui si afferma che “la costola ha la pellucidità delle ossa fresche”, lasciando così intuire che possa non trattarsi di reperto fossile.
Sulla fondatezza di queste leggende è lecito avanzare molti dubbi. Se è possibile escludere con facilità l’esistenza di draghi nelle paludi padane, ben più complicato è stabilire l’origine di questi miti. 




A Cremona, città direttamente bagnata dal fiume dove, in Cattedrale, si conserva la Sacra Spina che era parte integrante della corona di spine che fu conficcata nella testa del Cristo il giorno della Crocifissione. E’ lunga 7 centimetri e ogni anno viene portata, in devota processione il Venerdì Santo. Attenzione a quello che potrebbe accadere tra un paio d’anni. Si dice infatti che, nelle Sacre Spine (altre si trovano conservate in Italia), le tracce ematiche acquistino un colore rosso vivo, come si trattasse di sangue appena versato, quando il 25 marzo, giorno in cui si celebra l’Annunciazione di Gesù, coincide con il Venerdì Santo. Nella non distante Mantova, all’interno della concattedrale di Sant’Andrea sono gelosamente custoditi i vasi col sangue di Cristo. Una reliquia dal valore inestimabile portata nientemeno che dal centurione Longino che aveva trafitto il costato del Salvatore con la lancia. Mentre più a valle, la chiesa di Santa Maria in Vado (sorta dove sorgeva il guado dell’omonimo affluente del Po) è nota per il celebre miracolo eucaristico avvenuto il 28 marzo 1171. Era il giorno di Pasqua e mentre il priore Pietro da Verona, assistito da due canonici, celebrava la messa, durante il momento solenne della consacrazione, l’ostia si tramutò in carne iniziando a perdere sangue, che andò addirittura a macchiare il soffitto E, ancora, tracce del Messia, risalendo “controcorrente” si trovano, ad una distanza di alcuni chilometri dal Po, a Cavacurta, nella chiesa di San Bartolomeo. All’altezza di un pilastro spicca nientemeno che l’impronta di Gesù Cristo. Si tratterebbe di un calco portato, dalla Terra Santa, come ex voto, da un crociato del paese. 



Meno conosciuta, ma di grande fascino, una vicenda parmense. A Busseto, cittadina celebre per essere la patria di Giuseppe Verdi, si conserva, un eccezionale simulacro del Cristo morto. E’ in cuoio, un materiale che, al tatto, fa sembrare quella statua di vera pelle. Incredibile la storia che l’accompagna. A portarla è stato infatti il Po: da dove non si è mai saputo. Sembra che il fiume se la sia “presa” nel XV secolo, dopo un’alluvione disastrosa, distruggendo una chiesa situata sulla riva lombarda. Fatto sta che l’antico simulacro fu ritrovato in riva al Po, nei pressi di Polesine Parmense, e dopo svariate contese rimase a Busseto, dove è tuttora situato, nella chiesa di S.Maria Annunziata. 
Si dice che molti anni fa, dopo una processione del Giovedì Santo, il Cristo fu lasciato per una notte nella vicina collegiata. Il mattino successivo, alla riapertura della chiesa, i presenti non vedendolo pensarono al furto. Fu invece ritrovato nella collocazione originaria, in S.Maria. Come poteva esserci arrivato se la collegiata, di notte, era rimasta chiusa e non vi erano segni di scasso? Da sempre si pensa che abbia compiuto, da solo, il prodigioso ritorno. Da evidenziare, tra l’altro, che barba e capelli del Cristo sono veri: si tratterebbe dell’ex voto di una donna che, per grazia ricevuta, donò proprio i suoi capelli. 
Misteri eccezionali, ma non certo gli unici, che rendono il bacino del Po straordinario. Il Grande fiume, nel corso della storia, ha attirato frotte di giornalisti, scrittori e poeti. In tantissimi hanno parlato e scritto di lui. Dopo aver messo in luce queste vicende direttamente legate al Figlio di Dio, vi accompagniamo alla scoperta di alcuni dei più interessanti misteri che si celano lungo il fiume. 




A Crissolo, a poca distanza dalle sorgenti, spicca la splendida Grotta di Rio Martino, nota fin dalla preistoria. Nel Medioevo la si riteneva abitata da spiriti maligni ed esseri infernali capaci, coi loro malefici riti, di far muovere le montagne. Ci volle un esorcismo dei Padri Gesuiti per far cessare quegli accadimenti. All’Abbazia di Staffarda, scrigno di numerosi reperti archeologici, ecco invece l’osso di un gigantesco pesce ritrovato sulle sponde del Po, mentre al santuario della Madonna del Pilone di Torino resta vivissima la memoria di un evento prodigioso datato 29 aprile 1644 quando la Vergine apparve sul Po in piena salvando la vita di una ragazzina che, poco prima, era caduta in acqua. E, spostandosi velocemente verso valle, mentre nel Piacentino storie di fantasmi scuotono la quiete di Arena Po, Calendasco, Monticelli d’Ongina e Castelvetro, nel Lodigiano non manca di affascinare la celebre vicenda del Lago Gerundo e del drago Tarantasio. Meno nota, ma inquietante, la vicenda dei “Morti della Porcara” a Mezzano Passone di Sopra dove una cappellina testimonia, ancora oggi, la presenza di un vecchio cimitero in cui, oltre ai locali, riposavano, i morti di peste e i soldati iberici e ungheresi uccisi in combattimento. Le ossa furono ritrovate, casualmente, da un gruppo di maiali al pascolo. Da qui il nome “I morti della Porcara”. In questo luogo accaddero numerosi eventi miracolosi documentati anche dal parroco dell’epoca. Di nuovo sulla riva opposta, a Piacenza, nota è la vicenda del miracolo del santo vescovo Savino che fece incredibilmente tornare le acque del Po nel loro alveo durante una alluvione. Se ne parla anche nei Dialoghi di Gregorio Magno. 



E, a proposito di miracoli, che dire della chiesetta della “Madonnina del Po” di Polesine Parmense dove si venera un’antica immagine della Madonna di Loreto. Ogni volta che il Po fuoriesce dall’argine di frontiera l’acqua si ferma sempre ai piedi della Vergine. Sulla riva opposta, nella già citata Cremona, il Duomo ed il celebre Torrazzo sono un vero e proprio scrigno di misteri, come quello dell’affresco dell’Ultima Cena in cui, più ancora che nella celebre opera di Leonardo custodita a Milano, San Giovanni ha più che mai sembianze femminili. La stessa cosa accade in dipinti simili custoditi in San Sigismondo e nella parrocchiale della vicina San Giuliano Piacentino. E, ancora parlando del Duomo di Cremona, un occhio vigile non può non scorgere le scritte incise sui muri esterni del Battistero. Sarebbero quelle lasciate, nei secoli passati, dai condannati a morte. Ma il cremonese è anche terra di avvistamenti “non identificati”. Celebri quelli avvenuti direttamente sulle rive del Po nel 1967 (quando un giovane, assieme ai genitori, asserì di aver scorto a ridosso del Po un oggetto luminoso che emanava un forte calore e attorno al quale si muovevano alcune basse figure che parlavano una lingua incomprensibile) e nel 1972 (in questo caso fu un cacciatore che riferì di aver visto alcuni umanoidi ritrovando poi, a ridosso del fiume, strani frammenti metallici, sterpi pressati, sabbia vetrificata e addirittura oggetti radioattivi). 




Mentre a San Daniele Po, tra i tesori del Museo Paleoantropologico del Po, si trova uno dei massimi e più misteriosi ritrovamenti della Pianura Padana. Il resto di un frammento cranico di Neanderthal rinvenuto casualmente, pochi anni fa, da un giornalista durante una gita sul fiume. Mentre spostandosi a Casalmaggiore ecco, nel santuario della Madonna della Fontana, la tomba di Francesco Mazzola, in arte il Parmigianino, la cui morte, avvenuta in giovane età, fu collegata alla follia alchemica che lo aveva posseduto. 
Letto volte.

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