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Magicamente
storie e poesie






È l'essere mortali
e cercare al di là della mortalità.



Vi è un piacere nei boschi inesplorati

Vi è un piacere nei boschi inesplorati
e un'estasi nelle spiagge deserte,
vi è una compagnia che nessuno può turbare
presso il mare profondo,
e una musica nel suo ruggito;
non amo meno l'uomo ma di più la natura
dopo questi colloqui dove fuggo
da quel che sono o prima sono stato
per confondermi con l'universo e lì sentire
ciò che mai posso esprimere
né del tutto celare.



E l'ora in cui s'ode tra i rami


È l'ora in cui s'ode tra i rami
la nota acuta dell'usignolo;
è l'ora in cui i voti degli amanti
sembrano dolci in ogni parola sussurrata
e i venti miti e le acque vicine
sono musica all'orecchio solitario.
Lieve rugiada ha bagnato ogni fiore
e in cielo sono spuntate le stelle
e c'è sull'onda un azzurro più profondo
e nei cieli quella tenebra chiara,
dolcemente oscura e oscuramente pura,
che segue al declino del giorno mentre
sotto la luna il crepuscolo si perde.

 







Passa radiosa, come la notte tersa

Passa radiosa, come la notte tersa
dai cieli stellati;
il meglio del buio e del fulgore
si incontra nei suoi occhi
addolciti a quella tenera luce
che il cielo nega allo sforzo del giorno.
Un'ombra in più, un raggio in meno, avrebbero
in parte guastato la grazia senza nome
che si posa sui capelli neri
o illumina il volto con dolcezza,
dove pensieri limpidi
svelano pura e preziosa dimora.
Su quella guancia, sopra quella fronte serena
sorrisi e colori parlano di pacifici giorni,
di un intelletto in armonia con tutto,
di un cuore che ama innocente.




Quando ci separammo
In lacrime e in silenzio,
Coi nostri cuori infranti,
Per anni abbandonandoci,
La tua guancia divenne fredda e pallida;
Piú gelido il tuo bacio ;
In verità quell’ora ci predisse
Di questa il gran dolore!

La rugiada del mattino
Fredda mi si posò sul ciglio;
Mi apparve come il segno
Di ciò che provo ora.
Ogni tuo giuramento s’è spezzato,
La tua reputazione è fragile :
Pronunciano il tuo nome
Enumerandone tutte le vergogne.

Avanti a me pronunciano il tuo nome,
Come un rintocco funebre ai miei orecchi;
E mi percorre un fremito —
Perché tu mi fosti sí cara?
Essi non sanno che un tempo ti conobbi,
Che ti conobbi bene :
A lungo, a lungo ti dovrò rimproverare,

Ed è troppo difficile parlarti.
Segretamente noi ci incontravamo:
Ora in silenzio mi affliggo
Che il tuo cuore abbia già dimenticato,
Che il tuo spirito m’abbia ormai ingannato.
Se io ti dovessi incontrare
Dopo un lungo periodo di anni,
Come potrei donarti il mio saluto? —
Con silenzio e lacrime.





Così, più non andremo
In giro senza meta,
Nella notte fonda
Anche se il cuore vuole ancora amore
E la luna risplende luminosa.
Perché, come la spada logora il suo fodero,
L’animo consuma il petto:
Deve placarsi allora il cuore
E l’amore stesso riposare.
Così, anche se la notte fu creata
Per amare; anche se il giorno
Ritorna troppo presto: noi
Più non andremo in giro senza meta
Alla luce della luna.




Ondeggia, Oceano nella tua cupa
e azzurra immensità.
A migliaia le navi ti percorrono invano;
L'uomo traccia sulla terra i confini,
apportatori di sventure,
Ma il suo potere ha termine sulle coste,
Sulla distesa marina
I naufragi sono tutti opera tua,
è l'uomo da te vinto,
Simile ad una goccia di pioggia,
S'inabissa con un gorgoglio lamentoso,
Senza tomba, senza bara,
senza rintocco funebre, ignoto.
Sui tuoi lidi sorsero imperi,
contesi da tutti a te solo indifferenti
Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma,
Cartagine?
Bagnavi le loro terre quando erano libere
e potenti.
Poi vennero parecchi tiranni stranieri,
La loro rovina ridusse i regni in deserti;
Non così avvenne, per te, immortale e
mutevole solo nel gioco selvaggio delle onde;
Il tempo non lascia traccia
sulla tua fronte azzurra.
Come ti ha visto l'alba della Creazione,
così continui a essere mosso dal vento.
E io ti ho amato, Oceano,
e la gioia dei miei svaghi giovanili,
era di farmi trasportare dalle onde
come la tua schiuma;
fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
a me dava gioia,
Perché ero come un figlio suo,
E mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
E giuravo sul suo nome, come ora...





La gazzella selvaggia può ancora saltare
Gioiosa sui colli di Giuda,
Bere ai freschi ruscelli che sgorgano
Sul sacro suolo: con passo
Leggero e con occhio splendente
Vi guizza con slancio indomabile accanto.

Là Giuda ha visto un passo
Non meno agile, un occhio più lucente,
E in quei luoghi rimasti senza gioia
Abitanti più belli. Sul Libano
Ondeggiano i cedri, ma le nobili
Figlie di Giuda non vi sono più.

Più felice la palma che ombreggia quei piani
Della stirpe dispersa d’Israele:
Dove ha messo radici là rimane
In grazia solitaria;
Non può lasciare il luogo dove è nata,
Su una terra diversa non vivrebbe.

Ma noi dobbiamo vagare inaridendo
Per morire in altre contrade
E dove sono le ceneri dei padri
Le nostre non potranno mai posare:
Del nostro tempio non rimane pietra,
Siede lo Scherno sul trono di Salem.





Ti vidi piangere: la grande lacrima lucente
Coprì quell’occhio azzurro
E poi mi parve come una viola
Stillante rugiada.

Ti vidi sorridere: la vampa di zaffiro
Accanto a te cessò di brillare;
Non poteva eguagliare i raggi che affollavano
Vividi quel tuo sguardo.

Come le nubi dal sole lontano
Ricevono un colore intenso e caldo
Che a stento l’ombra della sera vicina
Può cacciare dal cielo,

Quei sorrisi infondono nell’animo
Più triste gioia pura;
Il loro sole lascia dietro un fuoco
Che risplende sul cuore.


GEORGE GORDON BYRON








George Gordon Byron nacque a Londra il 22 gennaio del 1788 da famiglia nobile, ma decaduta e impoverita. A dieci anni ereditò il titolo di Lord Byron.
Nel 1809 occupò il seggio che gli spettava per nascita alla Camera dei Lords; nonostante ciò assunse atteggiamenti radicali, difendendo ad esempio il movimento dei luddisti, operai che distruggevano le macchine perché vi vedevano la causa della disoccupazione.
Come ogni altro giovane aristocratico del tempo, Lord Byron partì per il Grand Tour attraverso l’Europa, considerato allora un indispensabile coronamento per l’educazione di un giovane nobile. Visitò la penisola Iberica, la Grecia, l’Oriente. Il viaggio gli ispirò i primi due libri del Pellegrinaggio del cavaliere Harold (1812), che incontrarono un enorme successo. Molta parte della popolarità del personaggio si dovette al fatto che esprimeva un sentimento largamente diffuso: Harold, infatti, nonostante la posticcia cornice medievale, è una figura tipica del primo Ottocento, un esemplare di quella “generazione perduta” che, allevata in epoca rivoluzionaria e napoleonica, si trovò a vivere nel clima intorpidito della Restaurazione. Harold, giovane di anni ma vecchio di esperienze, incarna il tipo del perfetto eroe romantico, come il quasi contemporaneo Jacopo Ortis di Ugo Foscolo e come molti altri personaggi letterari e anche storici. Generoso ed egoista, malinconico e facile agli entusiasmi, ora cinico e satanico e ora istintivo e appassionato, la figura di Harold, in cui lo stesso Lord Byron si identificò, creò una vera e propria moda e fu imitato da schiere di giovani.
Sposatosi nel 1815, Lord Byron si separò dalla moglie dopo un anno, suscitando vasto scandalo (incrementato anche dalla voce che la separazione fosse causata da un rapporto incestuoso di Lord Byron con la sorella, voce probabilmente diffusa dal poeta stesso, che amava creare intorno a sé un alone maledetto).



La vivacità intellettuale della compagnia a villa Diodati stimolò in Byron numerosi capolavori

In conseguenza dello scandalo, nel 1816 Lord Byron lasciò l’Inghilterra e si recò in Italia (meta prediletta dei romantici inglesi, esuli dal proprio paese perché insofferenti del suo clima sociale conformistico: in Italia si recarono negli stessi anni anche due altri grandi poeti romantici, Shelley e Keats). In Italia Byron condusse vita sregolata, con molti amori, circondato dal suo mito che gli procurava entusiastica ammirazione. Spinto dalle sue idee libertarie, prese parte ad una cospirazione carbonara a Ravenna.
Nel 1823 accettò con entusiasmo la nomina del comitato per l’indipendenza della Grecia, che si era allora sollevata contro il dominio turco. Si recò in Grecia, ma morì il 19 aprile 1824 a Missolungi di febbri reumatiche.

Letto volte.

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