/Riflessioni/ Messaggi
Cerca
Magicamente
storie e poesie





Le donne uccise dagli uomini sono vittime due volte. Prima dei mariti, dei compagni e degli ex fidanzati che le ammazzano. Poi della cronaca giornalistica che racconta gli omicidi: i giornali riducono le vittime a corpi sanguinanti, mentre indugiano sulle motivazioni dei carnefici. Lo dimostrano i titoli dei quotidiani: “Ha ucciso per rabbia, Erna lo aveva scaricato”. “Ammazza la moglie in un raptus di gelosia”. “Disoccupato spara alla ex. “Si era rifatta una vita, doveva pagare” .Parole che si soffermano solo sugli autori del femminicidio. Insistono sulla loro psicologia, sulle armi che usano, sulle ferite che procurano. Le vittime invece scompaiono: nome, cognome, età, numero di coltellate. Pochissimi i cenni alla loro sofferenza, agli anni di vessazioni, al perché abbiano scelto di restare accanto ai loro assassini.
“Sono tutti incentrati sugli uomini. “Tizio ha ucciso per gelosia, Caio per rabbia, Sempronio per frustrazione”. Sembrano quasi delle giustificazioni. Poi ci sono i dettagli morbosi sui delitti. “Ventidue coltellate, il reggiseno imbrattato di sangue”. E le donne? Dove sono le donne?”.
“Non svelo il nome del mio assassino – dice Pia quando incontra Dante in Purgatorio – Altrimenti vi ricorderete solo di lui e non di me”.
Nel V canto della Divina Commedia, opera di perpetuo lustro nazionale grazie all’Alighieri, c’è il famoso colloquio tra Dante e una giovane donna stretta al suo amante silenzioso. Anche i profani di letteratura sanno quasi sicuramente che parliamo di Francesca da Polenta (o da Rimini) e Paolo Malatesta.
Nelle parole della bella nobildonna si riconoscono diversi aspetti dell’amore ma, probabilmente, quello che più rappresenta il suo posto è stato nell'incontro con il poeta fiorentino, nell'Inferno, è l’Amore fatale che così canta “Amor condusse noi ad una morte”.



La protagonista del canto amoroso della Commedia è stata uccisa con violenza dal marito, tra il 1283 e il 1285, per adulterio. Sono passati secoli, la buona educazione, la cultura, la modernità si sono espanse ed evolute al punto tale da non lasciar scampo a nessuno, o quasi, nei paesi occidentali come il nostro, eppure ancora oggi molte donne sono uccise dai mariti, compagni o uomini a loro vicini.
C’era possibilità di giustificazione decenni addietro per quell’adesso, per fortuna, impensabile art.587 del codice penale che attenuava le pene e le colpe in omicidi come quelli sopra citati chiamandoli Delitti d’onore. Ma oggi dietro quale motivazione ci si può nascondere?
Donne non solo uccise ma ammazzate per il solo fatto di essere donne. Una cruenta realtà che ha addirittura portato alla creazione di una parola apposita: Femminicidio. Non bastava più Uxoricidio e, non ci si può nascondere dietro un neutro Omicidio. Chi compie questi crimini compie femminicidi, termine di regolare uso in Italia dal 2008.
Ha cominciato a circolare, prima di tutto nella stampa, nei giornali e poi a entrare proprio nel circolo della nostra lingua. Contrariamente a quanto si sente ripetere spesso, femminicidio non è una brutta parola. E’ una parola formata del tutto regolarmente, unendo e componendo insieme la parola femmina, con quella parte finale -cidio, che ha il significato appunto di uccisione. Uccisione di una donna. Non è la parola ad essere brutta e spesso si ha paura delle parole non per il loro aspetto esterno, ma per il significato e per l’avvenimento che evocano. 



La legislazione di Dranconte (VII sec. a.C.) prevedeva fino alla pena di morte per il solo adultero (sempre e solo uomo), in quanto la donna era semplice “adulterata”, incapace di disporre di sé nel bene e nel male e dunque non punibile con la morte.

La situazione della donna migliora relativamente in epoca ellenistica, ma si tratta pur sempre di una minoranza di donne, quelle delle classi sociali più elevate, e spesso se le leggi ci parlano di maggiori diritti civili e libertà femminili, ad esse non corrisponde un effettivo cambiamento nella mentalità collettiva: quello che sancisce la legge è ancora fortemente riprovato e condannato dalla società (e nel 1961 in Italia sarà grottescamente la Corte Costituzionale ad adattarsi al pensiero comune: “l’ordinamento giuridico positivo non può del tutto prescindere […] dalle valutazioni che si affermano […] nella vita sociale. Ora, che la moglie conceda i suoi amplessi ad un estraneo è apparso al legislatore, in base […] alla prevalente opinione, offesa più grave che non quella derivante dalla isolata infedeltà del marito”.

Basterà qui ricordare solo brevemente che anche la società romana considerò la donna libera quasi esclusivamente nel suo ruolo di moglie e madre e che la relativa emancipazione da essa ottenuta verso la fine dell’età repubblicana fu spazzata via dal rigore nei costumi ripristinato , col mos maiorum, dall’impero. Inutile dire anche che della rivoluzionaria dottrina cristiana, che ammetteva tra i suoi fedeli gli emarginati di sempre, ossia schiavi e donne, si svilupparono e rafforzarono, una volta divenuta religione di Stato, soprattutto gli elementi atti a mantenere l’ordine costituito, fra cui la discriminazione sessuale: donna strumento del demonio; matrimonio ripiego buono a soddisfare legittimamente le tentazioni della carne e per giunta indissolubile, a differenza che nella Roma repubblicana, per cui molte infedeli vennero messe a morte, anche sul rogo. La prima pena detentiva della storia romana venne introdotta dall’imperatore Giustiniano che, poco incline alla pena di morte, intendeva così sanzionare con la massima punizione l’adulterio femminile: la traditrice doveva finire i suoi giorni in convento.
È in questo abisso temporale della storia umana che occorre piantare gli occhi prima di liquidare come mera sottigliezza linguistica l’uso di un termine come femmicidio o femminicidio.

Il termine femmicidio è usato per la prima volta dalla criminologa Diana H. Russell nel 1992 per indicare le uccisioni delle donne da parte degli uomini per il fatto di essere donne. Secondo lei “il concetto di femmicidio include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito [estremo] di atteggiamenti o pratiche sociali misogine” radicati nelle nostre società.
Usato diffusamente ed erroneamente come sinonimo di femmicidio, il termine femminicidio ha invece un significato più complesso, che concerne anche gli aspetti sociologici della violenza e le implicazioni politico-sociali del fenomeno. Introdotto nel 2004 dall’antropologa messicana Marcela Lagarde, il termine femminicidio esprime «la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine, quali i maltrattamenti, la violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale, che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una condizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa».

Il femmicidio non è mai un fatto isolato, un gesto folle e improvviso, ma è l’ultimo atto di un ciclo di violenze; esso individua una responsabilità sociale e statale nel persistere, ancora oggi, di un modello socio-culturale patriarcale, in cui la donna è subordinata, soggetto discriminabile, violabile, uccidibile.
Per questo il termine omicidio non basta, in quanto le motivazioni che spingono al femminicidio violano anche i diritti di non discriminazione per sesso garantiti dall’articolo 3 della nostra Costituzione.
Occorrono pertanto non solo leggi chiare e pene certe, ma anche l’impegno a formare ed educare istituzioni e società che garantiscano alle donne una vita libera da ogni forma di violenza: promuovere una cultura che non le discrimini; adottare ogni misura idonea a prevenire la violenza maschile su di esse; proteggere quelle che vogliono fuggire dalla violenza maschile, perseguire i crimini commessi nei confronti delle donne.

È ora che si restituisca alle bambine, alle ragazze e alle donne la libertà di essere sé stesse, di essere pienamente soggetti di diritto, uniche padrone di sé e non proprietà degli uomini che le uccidono nelle loro case, le bruciano lungo i cigli delle strade o in gabbie come animali, in ogni tempo e a ogni latitudine.

 

Letto volte.

I più letti del mese

Poesie a tema - Siamo più vicini alla primavera di quanto siamo stati nel mese di settembre, Ho...

Leggende - LA STORIA DEGLI ANGELI DELL’AVVENTO Gli angeli sono quattro, come le quattro...

Riflessioni - La "cultura" come strumento di liberazione Uno strano malessere serpeggia ormai da lungo...

^ Top